Alessandro Bertirotti
La biomusicologia
Sino agli inizi della seconda metà del XX secolo,
la musicologia tendeva a trascurare le indagini rivolte
allo studio degli aspetti creativi e biologici sottesi alla
musica. In modo diverso si comportavano le nascenti neuroscienze.
Discipline che iniziavano a studiare i fatti musicali per
indagare l’eziologia di alcuni disturbi legati ad
abilità linguistiche e musicali, causati ad esempio
da ictus o da altre cerebrolesioni.
La biomusicologia nasce con le opere di Nils L. Wallin,
il quale conia il termine e per primo tenta di riallacciare
i rapporti fra musicologia e biologia. Questo accade nel
1982, un momento storico assai propizio, quando esplode
un forte interesse per il “fenomeno musica”
tra i neuroscienziati, gli psicologi cognitivisti, i ricercatori
sull’intelligenza artificiale e gli esperti in etologia
umana ed animale. Questo rinnovato interesse scientifico
pone le basi per una nuova ri-definizione di musica, in
chiave anche biologica piuttosto che solo culturale.
Nel 1997 Fiesole ospita un convegno dal titolo emblematico,
Uomo, mente e musica, al quale partecipano studiosi provenienti
da tutto il mondo. I risultati di questo incontro sono raccolti
in un testo intitolato The Origins of Music (Wallin N.L.,
2000). Nel testo appaiono le discipline che concorrono alla
definizione teorica ed applicativa della biomusicologia,
ossia la musicologia evoluzionistica, la neuromusicologia
e la musicologia comparata.
La musicologia evoluzionistica si occupa delle origini della
musica, della questione dei canti animali e dell’evoluzione
della musica in rapporto a quella dell’uomo.
La neuromusicologia si occupa di individuare le aree del
cervello che sono coinvolte nel processo musicale, i meccanismi
neurocognitivi che si attivano durante l’ascolto ed
esecuzione della musica, e dell’ontogenesi delle capacità
musicali ed abilità musicali (Bertirotti A., 2003).
La musicologia comparata si occupa delle “funzioni
culturali” ed utilizzazione della musica, dei vantaggi-costi
legati alla musica, delle pressioni selettive che veicolano
l’evoluzione musicale e delle caratteristiche universali
dei sistemi e comportamenti musicali.
Per fare un esempio, la domanda
cruciale che si pone il ricercatore di biomusicologia
è, in chiave prettamente evolutiva: in che modo
una facoltà come la musica, che manca di “uso
diretto”, è sfuggita all’implacabile
e forte azione selettiva della Natura (Wallin N.L., 2003,
pag. 23) Forse la musica esiste ancora perché “innocua
e senza significato teleologico”, oppure perché
poligeneticamente strutturata in cooperazione e dotata
di pregnanza esistenziale?
In sostanza, la domanda madre di tutti gli altri quesiti
e tipici delle diverse discipline che studiano la musica,
è: la musica, apparentemente senza scopo, a che
cosa è utile?
Bertirotti A., Larosa A., 2005, Umanitá abissale.
Elementi di Antropologia secondo una prospettiva bioevolutiva
e globocentrica, Bonanno Editore, Roma-Catania.
Bertirotti A., 2003, L’uomo, il suono e la musica,
Firenze University Press, Firenze.
Wallin N.L. - Merker B. - Brown S., 2000, (eds.), The
Origins of Music, MIT Press, Cambridge, Mass.